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Miti

Chirone e la ferita originaria

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Chirone e Achille – John Singer Sargent

Chirone è un corpo celeste scoperto nel 1977, che da subito ha suscitato un notevole interesse tra gli astrologi, in quanto pregno di significati che risultano essere in perfetta sintonia con il periodo storico, sociale ed evolutivo nel quale viviamo. Chirone è stato associato all’immagine archetipica del Maestro interiore, in grado di traghettarci dal mondo delle esperienze limitanti del passato, verso un mondo libero da condizionamenti, in cui possiamo cambiare prospettiva e scegliere in autonomia.

Nel sistema solare Chirone si trova nell’orbita tra Saturno e Urano due pianeti che per l’astrologia rappresentano rispettivamente il passato e il futuro. Similmente Chirone ci aiuta a integrare il vecchio e il nuovo per procedere lungo il cammino evolutivo personale e collettivo. Il suo significato è molto profondo anche riguardo la vita affettiva, infatti ci fornisce indicazioni su quelle che sono le nostre ferite, l’imprinting affettivo che maggiormente è causa per noi di sofferenza nel rapporto con l’altro: il nostro tallone d’Achille nelle relazioni interpersonali.

In Astrologia, la sua posizione dominante in uno dei quattro angoli del tema natale, è indicativa di capacità sciamaniche e/o terapeutiche, di un talento che si esprime nelle relazioni d’aiuto, una sorta di necessità interiore, una chiamata che giunge dai livelli più ancestrali dell’inconscio.

Il vero insegnamento di Chirone è legato al mondo delle emozioni e consiste nella capacità di trovare un ponte tra dolcezza e determinazione, tra romanticismo e concretezza, tra sogno e realtà.

Nel Mito si narra che i centauri erano esseri per metà uomo e per metà cavallo, che vivevano sul monte Pelio della Tessaglia, in Grecia. Essi furono generati dall’unione di Issione con Nefele e la loro particolarità è che possedevano tutti i pregi e tutti i difetti del genere umano.

Un’altra fonte del Mito narra che Chirone invece, nacque dall’unione clandestina di Crono e Filira, il loro amplesso fu disturbato da Rea, moglie di Crono, e questi per sfuggire alle sue ire, fu costretto a trasformarsi in un cavallo, abbandonando la sua amante. Filira in seguito partorì un bambino per metà uomo e per metà cavallo a cui fu dato il nome di Chirone. Ma nel vedere il frutto del suo concepimento, Filira si spaventò e rifiutò il bambino chiedendo agli dei di essere trasformata in qualcos’altro di diverso da ciò che era; la sua richiesta fu esaudita e venne trasformata in una pianta di Tiglio.

Ritornando al Mito sappiamo che Chirone, aveva una natura ben diversa da quella selvaggia degli altri centauri: era saggio, benevolo, esperto di medicina, astronomia, musica, combattimento e di tutte le arti. Era amico di Apollo, tanto che il dio gli affidò suo figlio Asclepio affinchè si formasse alla sua rinomata scuola, come fu per Giasone, Achille, Eracle e tanti altri.

Nonostante fosse un’immortale, si narra che Chirone trovò la morte proprio per mano di uno dei suoi allievi prediletti – Eracle – il quale inavvertitamente scoccò una freccia durante la caccia al cinghiale di Erimanto (una delle dodici fatiche). La freccia, intrisa del veleno dell’Idra, si conficcò nel ginocchio del Centauro procurandogli dolori atroci. Invano Eracle si adoperò per curare il vecchio amico che, non poteva guarire, ma nemmeno morire, perché immortale. Chirone desiderava ardentemente la morte e riuscì ad ottenerla scambiando la sua immortalità con la mortalità di Prometeo, riscattandolo dalla schiavitù in cui lo aveva degradato Zeus.

La narrazione mitologica sottolinea il paradosso di un terapeuta – colui che cura – ferito a sua volta e che non può guarire sé stesso. Al contempo fornisce l’immagine di un terapeuta, Chirone, che non è immune dalla sofferenza ma entra profondamente in contatto con essa fino a viverla come via di accesso al suo “potere” curativo verso gli altri.

Il Mito ci mostra come grazie al dolore il terapeuta è sceso nel “mondo infero” e ne ha fatto ritorno, portando con sé la ricchezza fecondante di tale esperienza per metterla al servizio degli altri, accompagnandoli ad attivare il proprio “guaritore interno” . Così la ferita, come un anello che non si chiude mai totalmente, diventa quella necessità, quella spinta all’Altro e alla relazione entro cui, affidandosi al potere creativo della stessa, terapeuta e ferito costituiscono una diade e al contempo un’unità che li trascende e li cura.

Il guaritore-ferito, grazie alla sua discesa esperienziale nel mondo infero, sa guardare senza paura, vede il coraggio di chi sta attraversando il buio e scorge la luce dell’autenticità celata nella sua sofferenza. Vede la vita racchiusa in quella morte apparente anche quando il “ferito” non ci crede più.

..Ma tu sai, caro il mio Apprendista Stregone, che a proposito di quella ferita io mi servo volentieri di un gioco di parole, peraltro assolutamente legittimo sul piano etimologico: è una "ferita", ed è una "feritoia", un minuscolo varco che ti consente di tenere d'occhio il tuo mondo interiore, di scrutare e indagare la parte più misteriosa e segreta di te stesso, la parte "sommersa". ….Guai al terapeuta che non cresce coi suoi pazienti, perché se è vero che attraverso i pazienti egli cura sé stesso, è altrettanto vero che egli cura i pazienti attraverso sé stesso. E se lui ha smesso di crescere, che aiuto potrà dare al paziente?...

A. Carotenuto, “Lettera aperta ad un apprendista stregone", Bompiani 1998

* Immagine: Google Search

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